La relazione più complessa, con la quale confrontarsi senza sosta, è quella del sé con il ‘fuori’ da sé, quella dell’io con la realtà, ovvero con il mondo, in tutta l’ampiezza del suo significato.
Tema certamente ambizioso da affrontare, ma sempre necessario e, in questo complicato passaggio della nostra storia, addirittura irrinunciabile.
Nella Fenomenologia dello spirito (in tedesco Phänomenologie des Geistes), Hegel descrive il percorso che ogni individuo deve compiere, partendo dalla propria coscienza, per identificare le manifestazioni attraverso le quali lo spirito s’innalza dalle forme più semplici di conoscenza a quelle più generali, fino al sapere assoluto.
Il finito e l’infinito, l’io e il mondo, la coscienza e l’esperienza sono luoghi, talvolta conosciuti, molto spesso sconosciuti, in cui l’arte si è molto identificata e messa in gioco, forgiando se stessa e aiutando l’Uomo, in un continuo rapporto fatto di identificazione, negazione, rassicurazione, incertezza, certezza e paura.
Gli artisti presenti in mostra, alla Galleria Civica e contestualmente alla Galleria dell’Associazione degli Artisti di Bolzano in via Bottai 4, accettando la sfida di questa dualità, presentano proposte che, per quanto intime e personali, possono offrire spunti di riflessione interessanti allo spettatore attento.
Elisabetta Moretto essenziale nelle sue intense campiture di colore graffiate da parole indecifrabili, come alla ricerca di una chiave che illumini il dubbio che alberga in noi, ci introduce in quella sempre desiderata ricerca di comprensione del pensiero interiore, comunicando a livello puramente emozionale; così la scrittura dell’inconscio si annoda idealmente alle forme fragili ma potenti di Siebenschwarz, che scolpisce il legno esaltandone le trasparenze, esprimendo la condizione dell’esistenza attraverso la dualità della sua rinascita o di un’inesorabile decadenza, per portarci comunque nella speranza del ricercare sempre la vita e nella necessità imprescindibile di esistere completamente. Attraverso le sue figure femminili e gli autoritratti Barbara Natter si mette a confronto con la propria identità, ponendosi domande esistenziali attraverso una ricercata espressività, di volti, di corpi, di cromie, cercando risposte sul rapporto con se stessa e con il mondo, tra spirito e fisicità.
Mentre la femminilità espressa in una realtà che cela il paradosso da Katherina Zoeggeler è un’evocazione sapiente che ci riconduce alla manualità e al lavoro minuto di antiche donne votate o costrette al ricamo, al cucito, al lavoro a maglia, che si trasforma qui in un corpo nudo, un maglione ironicamente autosufficiente e rimanda a quel lavorare a ferri la lana, riletto in chiave contemporanea, mentre il busto in paglia viennese evoca molte storie, nonché certe costrizioni e ingabbiamenti, più che mai reali, letti con quel sarcasmo dalla punta inevitabilmente amara.
La serie fotografica di Andrea Pozza, dal titolo “Wallburgen” in bilico tra il mistero e la realtà di luoghi fisici, funge da confine tra l’indagine di un io enigmatico e arcano - di cui la maschera è l’eterno simbolo, l’immancabile barriera - e un mondo riconoscibile, quello della natura, peraltro non scevro di solitudine inquieta, traghettandoci in una comfort zone dai segni più familiari, che ci fanno sognare; eccoci attratti dalla surrealtà ironica di Heinz Lastei, che ci conduce in mondi colorati, che nascondono carte e burocrazia da cui veniamo sommersi, che ci offre occhiali per vedere un mondo perfetto nel suo rosa pastello e il suo doppio, nell’incessante distruzione di esso, o una scacchiera divisa fra moderno e antico, fra acqua e terra, fra giorno e notte. Ed è nella luce crepuscolare che Raimund Prinoth sceglie la pienezza e la bellezza del mondo, facendo svettare come per incanto le sue cime innevate come lame di ghiaccio, che emanano luce propria, che si stagliano spigolose in un cielo di velluto, dentro una natura maestosa che ci esorta a sentirci sempre piccoli al suo cospetto.
Al piano interrato Celestina Avanzini, con la sua “Poetica del cemento” ci tiene ancorati alla terra, o appunto al cemento e che, attraverso brevi definizione poetiche, trasmuta da desiderio in realtà l’inesauribile speranza che ogni volta, a dispetto di tutto, possa spuntare la vita, stupendoci, commuovendoci, rallegrandoci. Allo stesso modo l’abito femminile diventato fredda rete di Katherina Zoeggeler si rigenera con farfalle luminose e la delicatezza di Barbara Natter ci regala per concludere un minimale ramo di ciliegio fiorito, sapendo che dopo arriveranno frutti succosi.
Paola Bassetti Carlini